Ostinatamente, insistiamo a lustrare foglie, rinnovando primavere rigurgitate tra le doglie, quasi guttando l’eccesso di liquidi, margini crenati in cerca di contorni lucidi, che le ferite al sangue, vogliamo guardarle suturarsi tra un casino e l’altro, rianimandoci al pixel di un può darsi. Può darsi sia la volta buona, oggi, le sinapsi sono interconnesse come radici di una selva di faggi. Aspiriamo estrazioni d’energia dalla terra, che madre sia di germogli tenaci, al terzo atto della loro melodia. Di melodico, dopo i desideri rapiti dalla risacca, non abbiamo altro, se non mulattiere fracassate in spuma bianca che a narrarci d’egocentriche prigioni pelliche ci accorgeremmo degli abissi, dell’assenza di mete auliche. Sfregiamo la sensibilità, contenendola dentro una gabbia, scardinando le tavole periodiche della rabbia, bendando i nostri toraci, rimasti oggi ustionati a pelle, con le braci accese risvegliate dai nostri fiati.
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